Fu Berlin-consensus

Sta emergendo con forza sotto la pressione dei fatti un’interpretazione dell’attuale spirale recessiva diversa da quella, tutta basata sull’effetto salvifico dei bilanci in pareggio, che dall’inizio della crisi prevale come ortodossia europeista. Nell’intervista di ieri sul Foglio, Wolfgang Münchau, che riprende temi esposti anche da George Soros e Martin Wolf, articola la visione non ortodossa in tre punti chiave. Il primo punto segnala i difetti di costruzione che minano l’impianto della moneta unica: anche se le economie raccolte insieme hanno storie, assetti produttivi e istituzioni molto differenti, “l’Eurozona è come il gold standard, essenzialmente un tasso di cambio fisso per sempre” e quindi “chiunque si deve adeguare intorno allo stesso livello”. di Antonio Pilati
20 AGO 20
Immagine di Fu Berlin-consensus
Sta emergendo con forza sotto la pressione dei fatti un’interpretazione dell’attuale spirale recessiva diversa da quella, tutta basata sull’effetto salvifico dei bilanci in pareggio, che dall’inizio della crisi prevale come ortodossia europeista. Nell’intervista di ieri sul Foglio, Wolfgang Münchau, che riprende temi esposti anche da George Soros e Martin Wolf, articola la visione non ortodossa in tre punti chiave.
Il primo punto segnala i difetti di costruzione che minano l’impianto della moneta unica: anche se le economie raccolte insieme hanno storie, assetti produttivi e istituzioni molto differenti, “l’Eurozona è come il gold standard, essenzialmente un tasso di cambio fisso per sempre” e quindi “chiunque si deve adeguare intorno allo stesso livello” senza “una propria politica dei salari, dei propri tassi d’inflazione”. Per motivi di struttura e dimensione “la Germania è il benchmark” cui tutti devono adeguarsi, ma in questo processo di convergenza verso un modello non flessibile e molto esigente sono negati alle economie conformate diversamente strumenti di sostegno come gli Eurobond: vige il principio di bandire i margini discrezionali e di seguire algoritmi immuni da sensibilità strategica (regole su deficit, debito, inflazione): di fatto i poteri in materia di politica della moneta e del bilancio che gli stati hanno ceduto all’Unione non sono esercitati, ma demandati a un algoritmo supposto neutrale. In sintesi sono dispersi. Il secondo punto-chiave rimarca le conseguenze insostenibili che discendono dai difetti architettonici. Gli algoritmi accentuano la divergenza fra le economie che l’Unione vorrebbe invece ridurre: le economie deboli sono obbligate a fare insieme due operazioni complesse: si chiede a “un qualunque paese della periferia di diventare più competitivo e contemporaneamente ridurre il debito in un periodo di dieci anni”. Da un lato occorre “una qualche forma di deflazione per tenere il passo della Germania, tuttavia la deflazione accresce il livello del debito”.
Più competitività e meno debito. “E’ molto difficile risolvere le due crisi” insieme. Münchau sigilla il nesso teorico con un dato storico: “Non conosco” alcun caso in cui la ricetta “abbia funzionato all’atto pratico”. L’interpretazione alternativa ha un vantaggio importante: introduce il tempo e il contesto esterno che invece la teoria ortodossa non considera. L’azione simultanea per la competitività e il taglio del debito “potrebbe funzionare nell’arco di cinquant’anni”, ma la politica non può – giustamente – accettare di “perdere due generazioni”: anche perché così si perderebbe l’Europa. Oltre al tempo, che gli algoritmi non calcolano, conta lo spazio: mentre l’Unione disperde i poteri di influenza sulla moneta, gli altri stati li esercitano con una decisione tanto maggiore quanto più aspra e minacciosa appare la crisi: dalla Fed alla Bank of Japan, le Banche centrali influiscono sempre di più, con la creazione di liquidità, sui tassi di cambio, e cercano così di aiutare la propria economia. L’espansione dei mercati globali e la crescente innovazione tecnica della finanza offrono a tutti gli operatori – governi inclusi – nuovi e più potenti strumenti d’azione creando con ciò complessità (più chance, più problemi): con la fissità degli algoritmi l’Europa va in controtendenza e si preclude la flessibilità.
Il terzo punto-chiave riguarda la politica. Tutta la storia dell’integrazione comunitaria è segnata da grande diffidenza per la politica – intesa come strategia di una comunità nazionale elaborata da partiti in sincrono con il popolo. I fantasmi degli anni 30 hanno pesato a lungo. Dopo il 1992 il ricorso agli algoritmi, pensati come garanzia di neutralità politica, ha lo scopo di rassicurare gli stati che cedono sovranità: la riduzione di potere degli uni non diventa vantaggio per gli altri. In realtà gli algoritmi fanno grande politica: essendo pensati entro uno schema tedesco (deficit a zero o quasi, inflazione nemico principale, debito da ridurre), la Germania è subito il benchmark, i paesi distanti da tale livello fissato si rivelano un target non appena la fiducia – per cause esterne – lascia i mercati, i percorsi di convergenza si rompono e i divari non smettono di ampliarsi. Ciò pone il problema della Germania e della sua guida politica: essendo al contempo l’economia più forte e lo stato favorito dall’ideologia comune, a Berlino sarebbe toccato l’onere di un pensiero di sistema capace di intendere sia i pericoli di una montante divaricazione fra stati sia il disastro sociale che incombe sulle nazioni eurodeboli senza una mediazione politica delle ricette ortodosse. Angela Merkel invece ha pensato al suo “particulare”, ha anteposto all’Europa l’interesse immediato (si vota a settembre) dell’elettore tedesco e ha monetizzato i vantaggi della situazione: tassi d’interesse a zero, afflussi di capitale, competitori export sbandati, surplus commerciali in crescita.
L’interpretazione alternativa di Münchau mette in evidenza due problemi. Il primo riguarda l’attuale stato di cose in Europa: gli interessi nazionali dei vari stati ora divergono sempre più, come le loro economie. Anzi tendono a porsi in conflitto: l’Italia è danneggiata dall’attuale politica dell’Eurozona che “chiede al sud di fare tutti gli aggiustamenti” senza “elaborare un compromesso, una qualche forma di simmetria nelle correzioni”. Poiché i tedeschi “sono convinti di poter imporre la loro politica”, “Monti avrebbe dovuto dire la verità alla Merkel”, ovvero che con queste regole “l’Italia non potrà rimanere un membro dell’Eurozona”, che “l’exit option è reale”. Sotto una cipria di moine diplomatiche l’Europa sta tornando in una condizione di endemica tensione come all’inizio del Novecento.
La seconda questione concerne l’ideologia dell’euro che accentua i divari e vela i conflitti: la gravità dei problemi induce iniezioni di realismo che portano a inconsuete convergenze (la sinistra finanziaria di Soros e il disincanto pro sviluppo di Münchau). C’è un doppio divorzio oggi in Europa: fra la serenità delle élite europeiste e il sentimento di paura dei cittadini da un lato; fra l’idealismo ufficiale che immagina rilanci continui dell’integrazione e il realismo dell’analisi che vede un tessuto di rapporti ormai sfibrato. Se non si compone il secondo è difficile pensare di superare il primo.
di Antonio Pilati